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No more rules in the street (art)

Per Nouvelles Bruxelles, articolo di Blu berlin

Berlino – Ormai ce ne siamo fatti una ragione dell'ineluttabile perdita di romanticismo dell'affascinante e misteriosa pratica chiamata Street Art. La rivendicazione di una propria identità urbana, il recupero degli spazi sociali e collettivi, il contrasto dell'invasione pubblicitaria e altri nobili motivi guidavano le azioni dei suoi protagonisti, e prima ancora dei graffitisti in generale. Ma da quando gallerie, istituzioni e corporation sono entrati di forza nel mondo del writing (e ampi dintorni), sembra che anche quel codice morale fatto di leggi non scritte “da sempre” esistenti sia in larga parte andato a farsi friggere.

Prima regola (fondamentale): un writer (o street artist, in questo caso è lo stesso) non copre mai il pezzo di un altro writer. Persino nella New York degli anni Settanta quando taggare era un modo per affermare la propria esistenza in un dato territorio, quando le rivalità si muovevano su confini sottili e delicati, quando i ragazzi di gang diverse si accoltellavano per strada, questa semplice ed essenziale deontologia artistica si seguiva senza sgarri di sorta. La lealtà fra graffitisti era necessaria Blu berlin 1 nella lotta a un più grande e potente nemico comune: il Sistema.

Oggi che questo sistema ha largamente fagocitato il microcosmo dell'arte urbana, con poche illuminate eccezioni, le strade sono affollate di graffitari della domenica in cerca di un briciolo di celebrità e che sempre più raramente si fanno scrupoli nei confronti delle opere altrui.

E se, per esempio, arrivando in Cuvrystrasse a Berlino (nel quartiere Kreuzberg) si rimane senza fiato per l'emozione di ammirare dal vero l'enorme doppio murale di Blu, artista con la A maiuscola, un po' ci si innervosisce pure alla vista delle colorate banalità (tipo “I love Polly”) scritte da qualche imbrattamuri poco dotato e probabilmente invidioso.

Io ci avrei pensato due volte prima di andare sopra a un'opera di questo valore estetico e politico. Ma si sa, non sempre due volte è sufficiente.

(foto di Claudia Galal)