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L’Europa: le strade che non portano da nessuna parte

La lettera aperta, in vista delle elezioni europee del 22 – 25 maggio, di Henri Malosse, presidente del Comitato Economico e Sociale che funziona come un ponte tra le istituzioni dell'Unione europea e la “società civile organizzata”, impresari, associazioni di categoria, sindacati. La lettera è firmata anche da Luca Jahier Presidente Gruppo III del CESE.

Il Comitato promuove la democrazia partecipativa nell'UE e contribuisce a rafforzare il ruolo delle organizzazioni rappresentative della società civile stabilendo un dialogo strutturato negli Stati membri dell'UE e in altri paesi del mondo.

I membri del CESE rappresentano un ampio ventaglio di interessi economici, sociali e culturali nei rispettivi paesi. All'interno del Comitato sono divisi in tre gruppi: "Datori di lavoro", "Lavoratori" e "Attività diverse" (agricoltori, consumatori, ambientalisti, associazioni delle famiglie, ONG ecc.)

Malosse fa il punto della situazione indicando quali sono le forze in campo. 

Leggi di seguito:

Il 25 maggio prossimo gli elettori europei dovranno scegliere dei deputati tra candidati che saranno chiamati a sedere in un Parlamento le cui competenze e i cui poteri sono spesso poco conosciuti.

Un po' alla volta prendono forma, in ciascun paese europeo, quelli che saranno i temi della campagna elettorale. E come di consueto, i dibattiti saranno dominati da questioni di politica interna e giochi politici nazionali, in cui ogni partito sviluppa la sua retorica sotto il manto della politica europea.

In questo gioco di parvenze, i cittadini europei si ritrovano spesso a dover scegliere fra tre possibilità, ossia tre tipi di soggetti politici: quelli che vogliono farla finita con l'Europa; quelli che spingono per il grande salto; e, infine, quelli che cercano mantenere lo status quo. Per noi, queste tre strade non portano da nessuna parte, e dobbiamo proporre una nuova via per l'Europa.

1. Gli euroscettici

Ci sono innanzitutto gli euroscettici, dall'estrema sinistra all'estrema destra, passando per i movimenti nazionalistici o indipendentisti, che premono per un'Europa puramente intergovernativa. Partendo da una concezione arcaica della società (ossia, un popolo, una lingua, uno Stato), i più radicali non esitano a proporre la fine delle istituzioni europee, il ritorno delle frontiere, l'uscita dalla zona euro, ecc. La Germania, la grande potenza del momento, aggregherebbe attorno a sé una parte dei paesi dell'Europa orientale e centrale, i Paesi Bassi ed eventualmente i paesi nordici, mentre gli altri Stati europei cercherebbero di rispondere creando una coalizione alternativa. Un sapore di déjà-vu risveglia la nostra memoria collettiva e, al di là del rischio di nuovi conflitti, quello che c'è da temere è il declino definitivo del nostro continente sulla scena mondiale.

2. Verso un'Europa federale

All'altro estremo ci sono gli euroentusiasti, come i membri del gruppo Spinelli, che propongono di passare rapidamente a un'Europa federale, sul modello degli Stati Uniti d'Europa. Questa idea, accarezzata da decenni, si scontra oggi più che mai con la realtà concreta. Nell'attuale clima di impopolarità che grava sulle istituzioni europee (secondo l'ultimo sondaggio di Eurostat, oltre il 60 % dei cittadini europei non ha o non ha più fiducia nelle istituzioni europee), e di crescente e preoccupante divaricazione di interessi su molti e rilevanti dossier europei, come si può chiedere ai cittadini di aderire a un progetto che comporta ulteriori e consistenti trasferimenti di sovranità sia economica che politica a Bruxelles, la quale rappresenta ai loro occhi l'austerità che non ha prodotto la promessa di uscita dalla crisi, la crescita e l'occupazione, che viene vieppiù percepita non come la soluzione ma persino come parte del problema, se non talora persino accusata di ripiegamento tecnocratico?

3. Lo status quo

La maggioranza dei partiti tradizionali cerca di sostenere il modello ibrido di un'Europa a metà strada tra il sistema intergovernativo e quello dell'Unione. Un modello che in questi ultimi anni si è caratterizzato da una successione di riunioni di crisi, di dichiarazioni vuote, di proposte istituzionali raffazzonate e insoddisfacenti. Chi può ragionevolmente credere che un piano da sei miliardi di euro (ossia 300 euro per disoccupato spalmato su due anni) possa avere un impatto significativo nella lotta contro la disoccupazione giovanile in Europa? Un'Europa nella quale il Presidente della Commissione e il Presidente del Consiglio sono ancora alla ricerca di un posto tra i capi di Stato, dando tutt'ora ragione, 50 anni dopo, alle parole di Kissinger: "Chi devo chiamare se voglio parlare con l'Europa?". La peggiore delle scelte sarebbe proprio quella di non intervenire e di lasciare lentamente andare alla deriva il progetto europeo facendolo diventare una fonte di crisi perpetua.

Una quarta strada?

Tre strade, tre impasse! Non c'è da meravigliarsi che la maggioranza dei cittadini europei abbia intenzione di dedicare la giornata del 25 maggio 2014 alle passeggiate nel bosco, alla pesca o alle manifestazioni contro un'Europa che li ha dimenticati.

Ma esiste un'altra via, una via più pragmatica? Altri prima di noi sono riusciti a far fronte a questa sfida: si pensi a Jean Monnet, che dalle macerie della guerra ha fatto nascere il progetto comunitario, trovando immediata e convinta corrispondenza in Robert Schuman, Konrad Adenauer e Alcide De Gasperi.

L'Europa si sta disgregando, soprattutto da quando è esplosa la crisi, con modelli economici e sociali (e i nostri modelli, tout court) che continuano a divergere gli uni dagli altri, alimentando persino nuove contrapposizioni tra i popoli e nuovi pregiudizi. Con un salario minimo che va da 1 a 12 all'interno dell'UE, le differenze di livello di sviluppo sono in continuo aumento senza che le molte direttive di Bruxelles riescano infine a porvi rimedio.

La priorità per riconquistare la fiducia dei cittadini e ripristinare la solidarietà all'interno dell'UE è quella di ritrovare la via della convergenza, basata su fatti tangibili. A tal fine, occorre definire degli strumenti e un calendario per realizzarla, in particolare in ambiti come il bilancio, la fiscalità o il sociale. Un organo preposto al bilancio consentirebbe di stabilire degli obiettivi prioritari partendo dagli incrementi della competitività che dovrebbero derivare dal rafforzamento della convergenza e dei meccanismi di solidarietà. La reindustrializzazione dell'Europa rappresenterebbe un cantiere importante che permetterebbe di ritrovare la strada verso la crescita e l'occupazione, sulla falsariga di quanto fatto dalla Germania durante l'era Schröder. Incoraggiando le imprese degli Stati europei a cooperare, si favorirebbe la nascita di imprese leader europee, competitive sul mercato mondiale, come è avvenuto nel caso di Airbus, che rimane tutt'oggi un raro esempio di vero successo europeo.

La tappa successiva consisterebbe nel definire un calendario di convergenze fiscali e sociali di forma analoga a quella del "serpente monetario" prima della creazione dell'euro. Diversi principi potrebbero così essere oggetto di
un consenso, come l'imperativo di favorire l'apparato produttivo o l'impellente necessità di semplificazione, che non significa rinunciare a legiferare dove serve, ma valorizzare di più gli strumenti della politica, dei quadri che riconoscono e favoriscono i diversi modelli di impresa e di coesione sociale, in un quadro di sussidiarietà attiva. Che significa anche uscire da alcuni sterili dibattiti del novecento per puntare con decisione ad una maggiore assunzione di responsabilità da parte di ciascuno soggetto e Stato membro, che è la sola base per poi rendere sostenibili nel tempo misure significative di mutualizzazione dei rischi e delle responsabilità che sono oggi inevitabili.

La terza tappa vedrebbe l'UE dotarsi infine di un bilancio degno di questo nome (oggi rappresenta meno dell'1 % del PIL), per disporre dei mezzi atti a consentirle di svolgere un ruolo regionale di primo piano, capace di influenzare le decisioni sullo scacchiere mondiale.

Questa strada verso quella che chiameremmo un'Europa solida e solidale potrà essere percorsa soltanto con il coinvolgimento permanente dei cittadini, attraverso i parlamenti nazionali e il parlamento europeo in un mix nuovo che deve essere esplorato, ma anche rafforzando le iniziative dei cittadini e il ruolo della società civile organizzata. Jean Monnet non si era sbagliato istituendo un comitato dei soggetti economici e sociali presso la CECA, nel 1951, divenuto poi, nel 1958, il Comitato economico e sociale europeo. Dinanzi al rifiuto degli Stati membri di accompagnare l'UE verso questi sviluppi necessari, l'Unione può contare soltanto sui cittadini europei. A tal fine deve però convincerli che essi sono al centro delle sue preoccupazioni.
Questa è la ragione per la quale, al momento opportuno, dovrà essere lanciata una Convenzione europea sul modello di quella che ha portato alla firma del Trattato costituzionale, ma questa volta per accordarsi non tanto su ciò che vi sarà alla fine del cammino, ma sul cammino stesso.

Come diceva Buddha, "non c'è strada che porti alla felicità, la felicità è la strada stessa". E questo vale, ancor più oggi di ieri, anche per l'Europa e i suoi cittadini.